io odio chi ha accettato l'idea della morte e non ha più impulsi di catapultarcisi. io odio chi si è rassegnato allo schifo del mondo e ha fermamente deciso di riempire tutto di chiacchiere pur di non sentirsi sciocco e non amato. io odio chi si è costruito con tanti sacrifici capitalisti quel suo piedistallo capitalista e sa perfettamente dove finisce il sé e dove comincia l'altro. io odio chi il vocabolario ce lo ha innato e caga dalla bocca parole come coraggio, normalità, consumismo, fascismo, bigottismo, come gliele hanno insegnate, e gli piace parlare per sentire la propria voce. io odio chi ha trovato nella condiscendenza un angolino comodo e caldo da cui sorridere su ogni entusiasmo. io odio chi si rende meritevole di paradiso con un amore coniugale e un lavoro onesto. io mai come oggi odio gli adulti.
E precisamente quel momento particolare è l’occasione per stanare l’uomo macchina banale e mostrare mondi, intere costellazioni non ancora esplorate che si mettono a fuoco nel tempo presente. Specifici domini d’azione che giungono all’ora della propria leggibilità grazie anche soltanto a un frammento, a una voce, all’espressione di un volto – «tu dì soltanto una parola e l’anima mia verrà salvata» – a un dettaglio sentito molto intimamente e mai concepito a quel modo, fino a quel momento, ma in grado però di riconfigurare l’intera costellazione storico-sociale. E ciò impegna a prendere posizione, a cambiare posizione, talvolta addirittura a cambiare fronte.
Concreto e sperimentale è quell’apprendimento che aumenta la nostra potenza di pensare e di fare, e con ciò la capacità di provare affetto, agape, amore.
Forse la funzione messianica del pensare a termine taubesiano è proprio questa: distinguersi messianicamente là dove esiste il messianismo estetizzato e collegare, articolare, mettere insieme chi ha pensiero messianico e chi ha esperienza di amore e di salvezza anche disperatamente differenti per creare una macchina di visione che promuova quel prius scartato destinato a oltrepassare i singoli soggetti.
Paolo Perticari, Pensare a termine, da Biopolitica minore
Portare il pensare a termine all’interno delle potenzialità di chiunque per reintrecciare parole come giustizia e bene, laicità e religione, virtù e speranza individuale e collettiva attraverso questo apprendimeto concreto: pensare a termine, fristendenken.
L’apprendimento concreto è per l’appunto quello di un’elaborazione della fine nell’affanno e nel vivo degli eventi che pressano i soggetti e le moltitudini in termini di vita o di morte, affinché sia incorporato un atteggiamento messianico al cospetto di ogni impegno, di qualunque imperativo funzionale che di fronte alla storia non trasformi la buona notizia, la speranza che promette in un’apocalisse fiammeggiante.
Il vero problema politico all’ordine del giorno è che qualunque potenzialità in quanto tale viene afferrata dalle leggi dell’economia attraverso il comunicativo e il cognitivo generalizzato che è ancella dell’economia e fa quello che l’economia detta. [oppure può essere mossa da un apprendimento/avvenimento messianico che la chiama in causa imponendole la sua esigenza.] Dunque una potenzialità che può incontrare altri potenziali nel confronto con i processi di costruzione e distruzione della storia e nella lotta contro ogni forma di potere, di pensiero magico clericale, contro l’idolatria di qualunque idolo e contro il dominio di qualunque potere, oltre la normatività di qualunque legge, ma anche contro l’estetizzazione e banalizzazione della verità in noi stessi e nel rapporto gli uni con gli altri.
Mentre l’articolazione tra sapere e potere nel medioevo passa attraverso il riconoscimento di segni di fedeltà e il prelievo di beni (quelli che noi chiamiamo banalmente il rapporto feudale), al contrario, dal ‘600 in poi l’intreccio tra saper e potere si organizza a partire dalle idee di produzione e di prestazione. Ottenere dagli individui prestazioni produttive significa uscire fuori dallo stretto quadro giuridico tradizionale del potere (quello della sovranità moderna) per integrare la specificità della forza-lavoro in quanto tale: il corpo degli individui, i loro gesti, la loro vita, le loro malattie, la loro salute, tutto quello che fa di un individuo messo al lavoro un agente di produzione e di riproduzione del valore. In questo consiste l’idea moderna del potere.
Controimpero è esodo e disobbedienza. È potenza di vita e delle soggettività, è recupero della produzione del valore e del senso, è produzione di un vocabolario concettuale e di esperienze politiche nuove, è dimensione costituente.
Judith Revel, Per una biopolitica della moltitudine
Attraversare il mondo senza sentire quella ferma necessità di vestire camici, uniformi o divise che caratterizza l'uomo banale, senza assumere una precisa identità, non imitando niente e nessuno, restando impercettibili, anonimi, impalpabili, fantasmatici, facendo buon uso della gioia che scaturisce da un incontro fortunato, da un imprevisto, da un incidente, da una sorpresa, da una strana vicenda della vita quotidiana capitata all'improvviso. Questa è già una maniera di trionfare sull'avversario, qualunque esso sia, senza ricorrere all'utilizzo di violenza, esplosioni, pallottole o ordigni deficienti. Imparare a tingere lo spazio circostante del proprio colore come apprendimento urgente per affermare la gioia di essere - the joy of being - contro la tristezza del potere e dei suoi subordinati.
La comunicazione umana è in crisi a causa di coloro che ne hanno voluto fare una pragmatica senza considerare tutte le conseguenze che ciò comporta. Il problema non è quello di migliorare la comunicazione – ideale comunicativo che in fondo vuole a tutti i costi il possesso e il dominio dell’altro – , ma al contrario quello di divenire consapevoli del fatto che «non è vero che soffriamo d’incomunicabilità: viceversa soffriamo per tutte le forze che ci costringono ad esprimerci quando non abbiamo granché da dire» (Deleuze, Pourparler).
Il «buon professionista» mai si interroga sul senso delle proprie azioni – «that wasn’t my problem!», l’eco dello spettro dell’apostolo nero – troppo preso com’è a rispondere ai comandi burocratici per accorgersi che dal punto di vista etico il suo lavoro chiama in causa. È il manager in carriera che ha già sacrificato quindici anni della sua vita per la grande scalata, il funzionario inconsapevole di cosa comportino, per chi muove dal basso, le decisioni prese dall’alto, l’imprenditore moralmente interessato a un nuovo umanesimo tutto imbevuto di storia e filosofa, pur tuttavia lanciato a capofitto nel mondo della speculazione finanziaria, ma anche l’operatore sociale, socio-sanitario, interculturale, della comunicazione, ambientale – l’educatore professionale che in nome di un atteggiamento politically correct non si pone il problema biopolitico della ricerca di pratiche sociali critiche.
Alberto Ghidini, Biopolitici attivi contro lo spossessamento della vita, da Biopolitica minore, a cura di Paolo Perticari.
io dentro lo zaino metterò jeans, magliette, mutande, e un libro che duri molto e pesi poco. io. sto pensando che verrò letta e sono nella paralisi. smetti di leggere, non c'è scritto niente che vuoi sapere, niente che puoi imparare. non puoi nemmeno trarre la soddisfazione di essere migliore di me, sono uno zero, è troppo facile. non puoi convincermi, so già che ho torto quanto te. non puoi offendermi, non ho nessun io da tutelare. hai smesso? smetti. smetti subito, scrivo per me, per estrapolare del bene dal male, per sapere il mio male e non sentirne nostalgia. smetti, non lo vedi che dico bene e male? è della fase pre-anale questa distinzione. non è tutto bianco o nero, c'è la poesia delle sfumature. non sei dio per sapere cosa significano. sono categorie della più bieca moralità catto-borghese. poi? ancora? stai continuando a leggere per provare pena? non c'è scritto niente di simpatico o intelligente o rivoluzionario, non le vedi le parole che uso? mi sto ammalando del suo putrido nichilismo? solo vorrei scrivere qui e voi, se c'è un voi, sciò.
voglio scrivere solo poche cose poi, e confuse (vattene). che oggi i miei hanno ricevuto la notizia con un filo di disappunto, che lui annuiva con il mento, deglutiva saliva, sorrideva e speravacche, che lei ha visto i miei anni e la mia laurea anche se già c'erano quando ci sarebbero stati, come stelle di giorno facciamo così. che ieri ho sorriso a tutti, baciato guance, e sentito il suo gnegne tu farai la dirigente gnegne, il suo e cosa c'entra gnegne, e visto il loro pudico velo schifoso, tutta brava gente ci va anche in chiesa e non ruba mica. ricordarmi. che frequentavo persone senza gusto, solo per non essere pazza, per non essere sola quindi pazza, tranne pochi, due forse tre, che avrò forse tempo e voglia di recuperare, quando anche io, come loro, avrò una mia strada, una mia storia. che ho pianto per intere settimane smettendo solo per mangiare e brevemente dormire, che poi ho camminato come uno zombi in terre straniere dopo giorni e giorni d’insonnia, che ho sorriso. sorriso e baciato, sorriso e studiato, sorriso e gridato, sorriso fuori e pianto dentro, sorriso fuori e pianto sola. che vedevo solo morte. che lui mi ha ascoltato e parlato, che lui mi ha tenuto e io mi sono aggrappata, che posso rischiare se non ho niente da rischiare, che ho paura che l’abbandono mi sgretoli completamente ma ora lo desidererei. che forse essere innamorati è sentirsi sicuri e tranquilli anche se è buio e il sentiero perso. che ho saputo delle cose e non so da dove, che ora le so forte anche se poco articolate, che i miei hanno iniziato e io devo continuare.
...screditare talmente una classe dirigente e una società davanti agli occhi di un uomo, da fargli perdere il senso dell’opportunità e dei limiti, gettandolo in un vero e proprio stato di «anomia». Va detto inoltre che l’ottica dei pazzi è da prendersi in seria considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli.
Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente e il suo comportamento. Ma non perché epigoni del positivismo lombrosiano (come rozzamente insinua Ferrara), ma perché conoscono la semiologia. Sanno che la cultura produce dei codici; che i codici producono il comportamento; che il comportamento è un linguaggio; e che in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza.
Il Potere senza volto, da Scritti Corsari, da pasolini.net
io dove vivevo e quanto ci sarebbe stato bene questo nella pseudotesi al posto di barcamenarmi nella mia sintassi confusa.
Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenani, da imbroglioni, da benpensanti teppisti. Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri - che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente - alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico - sia pur drammatico ed estremizzato - essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, «superare» i padri. Invece l’isolamento in cui si sono chiusi - come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù - li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato - fatalmente - un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre.
...i responsabili reali delle stragi di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state. È un luogo comune. Ebbene, a questo punto mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla:
1) perché parlare di « Strage di Stato » non divenisse un luogo comune, e tutto si fermasse lì;
2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza. (...)
E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione. (...)
Anche se avessimo voluto non avremmo potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo - che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e I’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.
E io ho capito che questo Mauro assomiglia al mare e come il mare è lì, naturalmente e semplicemente. Limpido e calmo, quando è limpido e calmo, altrettanto semplicemente tempestoso, quando è tempestoso. Se ci vuoi nuotare dentro, se lo vuoi guardare da lontano, se non ne vuoi sapere, sono affari tuoi. Lui ti accoglie, ma può benissimo fare a meno di te.
io lo so lo so che non è Calvino né Kafka, ma ha i colori che mi basta un indizio accennato per riconoscere. le salite dove montano le case che affacciano su albe e tramonti che si riflettono e non accecano. gli sfoghi che vengono tacciuti come piscio e merda. le storie che vengono raccontate dalla ruvidezza di stoffe e pelle. i sogni sbottati in frasi brusche, le spine d'india per non perdere l'acqua, le fughe verso l'interno per non affrontare i saraceni, i cassetti che nascondono i passi non percorsi e danzati. la felicità per ombra. pazzi quelli che la rincorrono.
Il “fascismo” è quello dei balilla mussoliniani, il “nazismo” quello delle camere a gas per gli ebrei, il “privilegio di classe” quello delle monarchie ereditarie, il “fanatismo religioso” quello dei kamikaze barbuti. La “democrazia” tutto quello che rimane.
Intenta ad accumulare i suoi carati di perfezione, Bersabea crede virtú ciò che è ormai un cupo invasamento a riempire il vaso vuoto di se stessa; non sa che i suoi soli momenti d'abbandono generoso sono quelli dello staccare da sé, lasciar cadere, spandere. Pure, allo zenit di Bersabea gravita un corpo celeste che risplende di tutto il bene della città, racchiuso nel tesoro delle cose buttate via: un pianeta sventolante di scorze di patata, ombrelli sfondati, calze smesse, sfavillante di cocci di vetro, bottoni perduti, carte di cioccolatini, lastricato di biglietti del tram, ritagli d'unghie e di calli, gusci d'uovo. La città celeste è questa e nel suo cielo scorrono comete dalla lunga coda, emesse a roteare nello spazio dal solo atto libero e felice di cui sono capaci gli abitanti di Bersabea, città che solo quando caca non è avara calcolatrice interessata.